Il Metodo Zamboni è inefficace per la sclerosi multipla?

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Sono 600mila persone in Europa e circa 114mila solo in Italia, la sclerosi multipla colpisce in tutto il mondo tra le 2,5 e le 3 milioni di persone, una malattia neurodegenerativa demielinizzante, le lesioni cioè arrivano al sistema nervoso centrale, recenti studi hanno dimostrato che non vi è solo un coinvolgimento della sostanza bianca del sistema nervoso ma anche di quella grigia, ma negli anni una vera e propria cura non è stata trovata.

Alla base della SM vi è un processo di demielinizzazione che determina danni o perdita della mielina e la formazione di lesioni (placche) che possono evolvere da una fase infiammatoria iniziale a una fase cronica, in cui assumono caratteristiche simili a cicatrici, da cui deriva il termine «sclerosi».

Nel mondo si contano circa 2,5-3 milioni di persone con SM, di cui 600.000 in Europa e circa 114.000 in Italia, eppure ad oggi non c’è una cura.

In questi ultimi anni la ricerca ha fatto grandi passi nel chiarire il modo con cui la malattia agisce, permettendo così di arrivare a una diagnosi e a un trattamento precoce che consentono alle persone con SM di mantenere una buona qualità di vita per molti anni, ma nulla di definitivo, purtroppo.

Ad oggi, i principali obiettivi che si pongono le terapie per la SM sono: abbreviare le ricadute e ridurre la loro gravità (corticosteroidi) e ritardare la progressione della malattia (Disease Modifying Therapy, DMT, trattamenti modificanti la malattia).

Negli scorsi anni è salito alla ribalta il cosiddetto “Metodo Zamboni”, messo a punto dal chirurgo ferrarese Paolo Zamboni e che si basa sul presunto legame tra la sclerosi multipla e l’insufficienza venosa cronica cerebrospinale, una condizione che causa il restringimento di alcuni vasi sanguigni e un conseguente accumulo di sostanze tossiche che provocherebbe una reazione infiammatoria nell’organismo, alterando la mielina, la sostanza che avvolge i prolungamenti delle cellule nervose.

Sclerosi multipla metodo Zamboni inefficace?

Secondo questo metodo, eliminando con la chirurgia l’ostruzione delle giugulari si eviterebbe l’accumulo delle sostanze tossiche, migliorando i sintomi della sclerosi multipla e rallentandone la progressione.

Dal giorno in cui sono stati presentati i primi risultati si è scatenato immediatamente un dibattito sulla reale veridicità delle affermazioni di Zamboni: una discussione che ha dato il via alla sperimentazione di un protocollo, promosso dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM), volto a valutare l’effettivo legame tra CCVSI e la malattia, e che in queste ore ha avuto le sue risposte, a quanto pare definitive.

I risultati dello studio “Brave Dreams”, finanziato dalla Regione Emilia Romagna e promosso dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, pubblicati online da Jama Neurology e presentati dallo stesso Zamboni durante la Veith Symposium a New York, “hanno consentito di dare una risposta forse definitiva alla controversia sulla efficacia dell’angioplastica”, scrive l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara in un comunicato stampa.

La risposta è negativa: nella popolazione di pazienti inclusi in questo studio, infatti, l’intervento di angioplastica non ha avuto alcuna efficacia nel modificare il naturale decorso clinico della malattia, né l’accumulo di nuove lesioni cerebrali.

Lo studio ha interessato sette centri neurologici italiani e previsto randomizzazione, doppio cieco, lettura centralizzata dei dati e rigorosissimi parametri di valutazione dei risultati secondo metodi oggettivi e misure di outcome estremamente severe, mai utilizzate prima nemmeno per gli studi farmacologici.

Ebbene, i risultati dicono che i pazienti sottoposti ad angioplastica non sono migliorati, né in termini di disabilità né in termini di minori lesioni. Entrambi questi fattori sono considerati fondamentali per stabilire la progressione della malattia.

“Lo studio di Zamboni e colleghi è in linea con le ipotesi scientifiche di questi ultimi anni. Conferma che il trattamento con angioplastica non è indicato nella sclerosi multipla. È doveroso che tutti i ricercatori diano sempre informazioni scientifiche corrette e chiare alle persone con SM che devono decidere della propria vita”, ha concluso Mario Alberto Battaglia, Presidente della FISM, Fondazione Italiana Sclerosi Multipla.

Redazione
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