Un’esposizione precoce agli antibiotici nei neonati prematuri è associata a un aumento del rischio di sviluppare asma e altre malattie ostruttive delle vie aeree. È quanto emerge da un recente studio condotto in Germania, che fornisce per la prima volta dati clinici coerenti con le evidenze già osservate nei modelli animali. Il tema è rilevante perché gli antibiotici sono frequentemente utilizzati nei reparti di terapia intensiva neonatale.

Evidenze precedenti e limiti dei dati clinici
Negli ultimi anni, studi sperimentali su modelli animali avevano suggerito che l’alterazione precoce del microbioma, causata dagli antibiotici, potesse influenzare lo sviluppo del sistema immunitario e respiratorio. Tuttavia, mancavano conferme solide in ambito clinico, in particolare per i neonati prematuri, una popolazione caratterizzata da elevata vulnerabilità e da un uso più frequente di terapie antibiotiche.
Lo studio tedesco sui nati pretermine
La nuova ricerca ha analizzato un ampio campione di neonati prematuri, valutando l’esposizione agli antibiotici nelle prime fasi di vita e l’insorgenza successiva di patologie respiratorie. I ricercatori hanno confrontato i dati clinici nel tempo, individuando una correlazione statisticamente significativa tra trattamento antibiotico precoce e aumento dell’incidenza di asma in età successiva.
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Il ruolo del microbioma e dello sviluppo immunitario
Secondo gli autori, uno dei meccanismi ipotizzati riguarda l’impatto degli antibiotici sul microbioma intestinale nei primi giorni o settimane di vita. Questa fase è considerata cruciale per la maturazione del sistema immunitario. Un’alterazione precoce dell’equilibrio microbico potrebbe favorire risposte infiammatorie anomale, con effetti a lungo termine sulle vie aeree.
Implicazioni cliniche e prospettive future
I risultati non mettono in discussione l’utilità degli antibiotici nei casi in cui siano clinicamente necessari, ma sottolineano l’importanza di un uso attento e mirato, soprattutto nei neonati prematuri. Gli autori indicano la necessità di ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici coinvolti e per definire strategie terapeutiche che riducano i potenziali effetti a lungo termine sul sistema respiratorio.
