Ricevi un messaggio su Telegram o WhatsApp che ti promette qualche euro per ogni video a cui metti like, pagamento istantaneo su PostePay o carta prepagata. Magari te l’ha girato un amico che l’ha ricevuto a sua volta, o è arrivato da un numero che non hai mai salvato. Se ti stai chiedendo se sia reale, la risposta breve è questa.

Guadagnare mettendo like ai video, nella forma in cui viene proposto online — contatto privato, gruppi WhatsApp o Telegram, “task” da svolgere in cambio di compensi crescenti — è quasi sempre una truffa nota come “truffa del like”: dopo un primo bonifico reale per creare fiducia, alla vittima viene chiesto di versare soldi propri per sbloccare compensi più alti, che poi non arrivano.
Non è un’opinione, è il pattern che polizia postale e testate italiane hanno documentato a più riprese nel corso del 2025, con varianti che vanno dai video di TikTok alle recensioni finte su Amazon.
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Come funziona lo schema, passo per passo
Il meccanismo si ripete quasi identico in ogni segnalazione che si legge in giro, cambia giusto il nome dell’app o del “team” di turno:
- Primo contatto, quasi sempre su WhatsApp o Telegram, spesso da un numero estero o con un profilo appena creato. Il testo promette guadagni facili, orario libero, nessuna esperienza richiesta.
- Compito iniziale gratuito: mettere like a due o tre video, a volte anche solo iscriversi a un canale. Poco dopo arriva davvero un piccolo accredito, 5 o 10 euro, sul metodo di pagamento indicato.
- Escalation: a quel punto compaiono task “premium” che rendono di più, ma per accedervi bisogna versare una piccola somma — per “sbloccare il livello”, per “verificare l’account”, per “coprire una commissione”. Ogni causale suona plausibile.
- Richiesta di ulteriori versamenti: chi ha già pagato viene convinto che i soldi promessi sono lì, pronti, basta un altro bonifico per sbloccarli. È il momento in cui la maggior parte delle persone realizza cosa sta succedendo — ma spesso dopo aver già versato cifre non piccole.
- Sparizione: il contatto smette di rispondere, il gruppo viene chiuso, il sito non è più raggiungibile.
Un dettaglio che chi indaga su questi schemi segnala spesso: il primo pagamento reale non è un errore di chi organizza la truffa, è il pezzo più importante del meccanismo. Senza quella prova concreta che “i soldi arrivano davvero”, nessuno verserebbe nulla in cambio.
Perché non è un lavoro vero (quasi mai)
Nessuna piattaforma legittima chiede soldi in anticipo per farti guadagnare. Vale per questo schema come per qualunque altra proposta di “lavoro da casa”: se il flusso di denaro va dal lavoratore verso chi offre l’attività, invece che il contrario, qualcosa non torna.
C’è anche un motivo più tecnico, che spiega perché nessuna azienda seria pagherebbe qualcuno per mettere like a caso su video di sconosciuti: su YouTube, TikTok e Instagram, generare engagement artificiale (like, follow o visualizzazioni comprati o scambiati fuori dalle regole della piattaforma) viola i termini di servizio. Chi lo fa rischia la sospensione dell’account, e le piattaforme investono parecchio in sistemi che individuano proprio questi pattern di attività innaturale — orari sospetti, dispositivi ripetuti, sequenze di azioni identiche. Un’azienda che pagasse follower veri per farlo si esporrebbe a un rischio che nessun brand serio si prende, tanto meno per un ritorno di poche decine di centesimi a video.
Detto questo, va fatta una distinzione che nella pratica capita spesso di vedere confusa: guadagnare come creator, grazie alla pubblicità sui propri contenuti in base a visualizzazioni reali e certificate dalla piattaforma, è un modello che esiste davvero e paga. È tutta un’altra cosa rispetto a essere pagati da terzi per mettere like ai video di altri: lì il denaro dovrebbe arrivare dall’esterno, senza una piattaforma pubblicitaria che lo giustifichi, ed è proprio quel punto a non reggere.
I segnali che dovrebbero far scattare l’allarme
Alcuni di questi indizi bastano da soli, altri li riconosci meglio messi insieme: il contatto arriva da un numero privato o straniero senza che tu abbia cercato nulla; ti viene chiesto di non parlarne con altri, “per non far saltare il posto”; l’unico modo per guadagnare di più è versare soldi tuoi; dietro il sito o l’app non c’è un’azienda verificabile, niente partita IVA, niente sede, niente recensioni indipendenti che reggano a una ricerca di cinque minuti. E poi c’è quello che, con l’esperienza, si impara a riconoscere quasi d’istinto: la fretta. Chi organizza questi schemi ha bisogno che tu decida in fretta, prima che ti fermi a pensare — le offerte “valide solo per oggi” o “solo per i primi 20 posti” servono esattamente a questo.
Esistono alternative legittime che assomigliano a questo?
Qui le fonti non sono unanimi su quanto davvero convenga il tempo speso, ma qualcosa di reale esiste, con aspettative ridimensionate rispetto a quanto promesso dai gruppi Telegram. Ci sono piattaforme di sondaggi retribuiti e microtask che pagano cifre modeste — nell’ordine di pochi euro per attività che richiedono minuti — dove capita di dover valutare o guardare contenuti video come parte di un compito più ampio, non come singola azione isolata. Sono guadagni integrativi, paragonabili a un lavoretto occasionale, non un reddito: chi promette diversamente su questo fronte sta vendendo la stessa illusione, solo con un packaging più credibile.
Per orientarsi su quali di queste piattaforme siano effettivamente attive e affidabili in questo momento conviene verificare le condizioni direttamente sul sito ufficiale del servizio prima di iscriversi, e diffidare di chiunque faccia da intermediario chiedendo un pagamento per l’iscrizione.
Cosa fare se hai già pagato
Se hai versato dei soldi e ti rendi conto solo ora di essere dentro questo schema, la prima mossa è contattare la tua banca o Poste per verificare se il pagamento può essere contestato o bloccato — le possibilità dipendono dal metodo usato e da quanto tempo è passato, e qui il risultato cambia parecchio da caso a caso. In parallelo vale la pena sporgere denuncia alla Polizia Postale, anche online tramite il portale del Commissariato di P.S. online, conservando screenshot delle conversazioni, ricevute di pagamento e ogni riferimento al contatto che ti ha scritto. Una cosa da evitare con decisione: versare altri soldi per “sbloccare” quelli già persi. È lo schema che si ripete, solo un giro più in là.
Domande frequenti
È davvero possibile guadagnare mettendo like ai video? Nella forma proposta da gruppi WhatsApp o Telegram, no: è uno schema che chiede soldi in anticipo e nella grande maggioranza dei casi documentati finisce con la sparizione di chi lo gestisce. Il piccolo pagamento iniziale reale serve solo a costruire fiducia.
Perché il primo pagamento arriva davvero, se è una truffa? Perché è la parte più efficace del meccanismo: vedere pochi euro accreditati convince la vittima che il resto sia altrettanto reale, e la rende disposta a versare cifre più alte per “sbloccare” compensi maggiori.
Ho già pagato per sbloccare un guadagno che non è mai arrivato: posso riavere i soldi indietro? Dipende dal metodo di pagamento e da quanto tempo è passato: conviene contattare subito la banca o Poste per un’eventuale contestazione e sporgere denuncia alla Polizia Postale. Non sempre si recupera tutto, ma segnalare aiuta anche a bloccare lo schema per altri.
Mettere like con queste app rischia di far bannare i miei account social? Sì: generare engagement artificiale fuori dalle regole della piattaforma viola i termini di servizio di YouTube, TikTok e Instagram, che hanno sistemi dedicati a individuare pattern di attività innaturale.
Esiste un modo legittimo per guadagnare qualcosa online con piccole attività simili? Sì, ma con cifre modeste: alcune piattaforme di sondaggi e microtask retribuiti includono occasionalmente la valutazione di contenuti video come parte di un compito più ampio. Restano guadagni integrativi, non un’entrata sostitutiva di un lavoro.
Se qualcuno ti scrive prima ancora che tu abbia chiesto nulla, offrendoti soldi facili per un gesto che chiunque farebbe gratis, la domanda giusta non è quanto ci guadagni. È perché ha scritto proprio a te.

